Il protocollo RAPID per il Primo Intervento Psicologico in emergenza

Il protocollo RAPID per il Primo Intervento Psicologico in emergenza

Negli ultimi mesi, l’emergenza Coronavirus ha reso necessario attivare interventi di sostegno psicologico per il personale sanitario e la popolazione.

La psicologia dell’Emergenza - rappresentata in Italia dalle organizzazioni senza scopo di lucro Psicologi per i Popoli e SIPEM SoS - fornisce supporto psicologico in situazioni critiche in concomitanza di catastrofi naturali (sismi, alluvioni) o di eventi altamente traumatici (naufragi, gravi incidenti stradali). In questi frangenti, l'obiettivo degli interventi psicologici è aiutare le persone a ripristinare le abilità di coping compromesse dall’evento traumatico.

Negli Stati Uniti, la Johns Hopkins di Baltimora, università di eccellenza nel settore della cura medica e della salute pubblica, ha fondato il Centro di Formazione in Preparazione e Contrasto delle Emergenze per personale sanitario e non sanitario. Per i volontari e per il personale coinvolto nell’intervento, la Johns Hopkins rende disponibile un protocollo per guidare le richieste di intervento immediato per traumi sia fisici che psicologici in situazioni emergenziali.

Il principio che ispira la Johns Hopkins University, fin dai tempi della sua fondazione nel 1876, è il learning by doing: il rapporto di cooperazione tra pratica e ricerca in medicina è costante e imprescindibile.

Il modello specifico di PFA (Psychological First Aid) creato dalla Jonhs Hopkins University è il RAPID, acronimo di Reflective Listening, Assessment, Prioritization, Intervention, and Disposition.

Il sito di formazione Coursera consente la frequenza del training a distanza con una modalità interattiva che facilita l’apprendimento delle competenze di PFA.

Il modello RAPID PFA si è rivelato efficace in numerosi ambiti di intervento:

  • nei programmi di salute pubblica
  • sui posti di lavoro
  • nelle sedi militari
  • nelle equipe di personale sanitario o volontario destinato a interventi di primo soccorso psicologico.

Il programma di insegnamento del protocollo RAPID presenta ai partecipanti i principi fondamentali del primo soccorso psicologico (PFA) in situazioni di emergenza e calamità. Il primo soccorso psicologico è inteso come una presenza compassionevole e di supporto utile per mitigare e ridurre le forme di stress acuto post traumatico e programmare, se necessari, ulteriori interventi di sostegno nelle settimane successive al trauma.

Questo programma è ideato per il personale sanitario del servizio pubblico, per gli educatori, per i volontari e per chiunque, a vario titolo, presti interventi di soccorso durante situazioni di emergenza: il corso quindi non è riservato agli addetti del settore della salute mentale, ma a tutte le persone coinvolte nelle procedure di intervento durante le emergenze.

Anche i tecnici della materia come psicologi, psichiatri e psicoterapeuti possono beneficiare della frequenza del corso, perché il primo soccorso psicologico non riguarda le procedure di assessment diagnostico.

Questo settore specifico di intervento nel corso di situazioni di emergenza che coinvolgono la collettività nasce negli anni 90. A oggi, la richiesta di intervento psicologico di supporto riguarda circa il 15 – 25 % della popolazione direttamente coinvolta, una percentuale ampia che carica il sistema sanitario di una forte richiesta.

Recenti evidenze e ricerche hanno mostrato come l’intervento psicologico in situazioni di crisi come il primo soccorso psicologico attuato in concomitanza dell’emergenza:

  • può migliorare la percezione della capacità di resilienza e risposta individuale e collettiva nelle emergenze
  • alleggerisce il carico sul sistema sanitario pubblico
  • riduce lo stato di forte stress rispetto alle sessioni di psicoterapia realizzate in momenti successivi alla crisi.

Il primo soccorso psicologico non è un ripiego per la scarsa disponibilità di psichiatri e psicologi ma una risorsa da attivare nei momenti immediatamente successivi all’emergenza. Infatti, l’intervento di aiuto psicologico è spesso attivato da persone che conoscono bene l’area e la cultura delle aree in cui sono chiamati a intervenire: in questo modo si può creare una rete di sostegno diffuso proprio nei luoghi in cui vivono le persone coinvolte nell’emergenza.

Il primo intervento psicologico e il RAPID

Quali sono le caratteristiche del primo intervento psicologico e, nello specifico, in cosa consiste il protocollo della Johns Hopkins University denominato RAPID?

RAPID è l’acronimo di:

  • R-Rapport: creare una relazione basata sull’ascolto attivo e sull’empatia
  • A-Assessment: valutazione
  • P-Prioritization: attribuzione delle priorità di intervento
  • I-Intervention: intervento attivo
  • D-Disposition: indicazioni per i successivi passaggi e miglioramenti

R-Rapport

È la prima fase di ascolto. L’ascolto attivo è una componente basilare del processo di intervento, che si attua in primo luogo stabilendo un rapporto di fiducia e di relazione con la persona che necessita di aiuto.

A-Assessment

Generalmente, ci sono tre tipologie di persone che richiedono un intervento di soccorso psicologico:

  • Gruppo Eustress: sono le persone che stanno relativamente bene e che non necessitano di interventi di supporto psicologico perché riescono a mantenere un atteggiamento positivo e hanno una buona motivazione interna nell’affrontare l’emergenza.
  • Gruppo Distress: comprende le persone che al momento non sono in buone condizioni psicologiche ma che hanno risorse mentali interne per poter fronteggiare entro breve la nuova situazione e quindi attivare la propria resilienza. Questo gruppo richiede un primo intervento a cui segue un periodo di monitoraggio delle condizioni psicologiche, con una prognosi favorevole.
  • Gruppo Dysfunction: indica chi ha subito un forte indebolimento psicologico e richiede un’azione di intervento e aiuto immediato perché al momento non riesce a svolgere le azioni necessarie per fronteggiare la situazione di emergenza.

I fattori che contraddistinguono i due gruppi per i quali si richiede una valutazione di intervento (Distress e Dysfunctional) sono di natura emotiva e comportamentale: ciò che li contraddistingue è l’entità e quindi l’intensità del disagio.

Dal punto di vista emotivo, i due gruppi possono presentare le seguenti manifestazioni sintomatologiche:

  • Distress:
    • Paura
    • Tristezza
    • Irritabilità
    • Rabbia
    • Frustrazione
    • Ansia
    • Lutto
  • Dysfunctional:
    • Attacchi di panico
    • Depressione invalidante
    • Isolamento affettivo
    • Disturbo post traumatico da stress 

Dal punto di vista comportamentale, i due gruppi possono manifestare i seguenti comportamenti disfunzionali:

  • Distress:
    • Temporanee fobie di evitamento
    • Compulsioni
    • Disturbi del sonno
    • Disturbi dell’alimentazione
    • Tendenza all’accumulo
  • Dysfunctional:
    • Evitamento sociale
    • Aggressività
    • Discontrollo degli impulsi con rischio per sé e per gli altri
    • Tentativi di automedicazione con assunzione di sostanze stupefacenti o alcol

P-Prioritization

Alla fase di valutazione delle persone che per prime necessitano di un intervento segue quindi quella in cui si assegnano le priorità di intervento.

Vengono presi in analisi due tipi di modello di intervento. Il modello evidence based (basato sulle evidenze) e il modello risk based (basato sul rischio).

Il modello basato sulle evidenze indica che occorrerà prestare aiuto prima alle persone che ne hanno bisogno immediato. Il criteri per la scelta valutano se la persona:

  • riesce o non riesce a occuparsi delle mansioni quotidiane
  • è in difficoltà nel prendersi cura di sé e delle persone a suo carico.

Il modello di triage basato sul rischio valuta invece la priorità di intervento, privilegiando chi è stato coinvolto in situazioni di morte e distruzione, ferito o separato dai propri congiunti o allontanato dalla propria abitazione. In questo caso la valutazione della priorità di intervento è indicata dall’entità del rischio a cui la persona si è trovata esposta.

Quindi, nella fase di assegnazione delle priorità vengono valutati e considerati i comportamenti e le tendenze disfunzionali.

I= intervention

Nella fase di intervento occorre stabilizzare e mitigare. Stabilizzare significa fare in modo che le condizioni di salute psicologica non peggiorino.

Le azioni da intraprendere sono:

  • Evitare trattamenti di riguardo che possono generare polemiche
  • Incoraggiare un orientamento verso il compito o le azioni concrete da compiere (orientamento all’azione)
  • Consentire alle persone di raccontare cosa gli è successo
  • Procrastinare le azioni impulsive
  • Distrarre da quanto accaduto

Come contenere gli stati di angoscia acuta ed evitare che la situazione peggiori?

Chi interviene può educare, normalizzare, offrire rassicurazioni, favorire la speranza, rimandare azioni impulsive, correggere i fraintendimenti e piantare il seme della speranza dopo la catastrofe.

D= Disposition

Occorre poi favorire il passaggio a un livello successivo di cura, sia essa di natura medica, psicologica, finanziaria, spirituale o logistica.

Una volta concluso il primo intervento è necessario effettuare a breve distanza di tempo una verifica o follow up: la persona a cui è stato prestato un primo soccorso è ora sufficientemente autonoma dal punto di vista psicologico e comportamentale per affrontare i compiti relativi alla gestione di sé, della propria quotidianità e dei familiari a suo carico?

Nel caso la risposta sia negativa occorre attivare un secondo livello di intervento. In questa fase l'obiettivo sarà creare una rete di sostegno che favorisca l'acquisizione di ulteriori autonomie.

Possono entrare a far parte della rete diversi interlocutori: la famiglia, gli amici, i servizi ospedalieri di emergenza, gruppi di sostegno ai sopravvissuti al disastro, enti religiosi di riferimento, servizi di consulenza sulla gestione finanziaria delle fasi successive alla crisi.

In questa seconda fase di intervento prioritario è l’accesso alle risorse disponibili in loco per ripristinare condizioni di vita compatibili con una regolare ripresa della propria quotidianità.

Anche a questa fase seguirà un’ulteriore verifica. Occorrerà determinare se le condizioni psicologiche e logistiche siano state sufficientemente ripristinate o se invece è necessario procedere con un terzo livello di intervento più specifico e mirato su bisogni ancora inespressi.

Infine, il corso chiude con una parte dedicata alla figura del soccorritore stesso che non deve diventare una vittima della situazione. Anche chi offre soccorso e sostegno alle persone colpite dall’emergenze può essere vulnerabile: il supporto psicologico inizia e finisce con la capacità del soccorritore di prendersi cura di sé stesso.

Il corso si ispira a principi molto semplici quanto efficaci. Quando si va in soccorso di persone colpite da un evento traumatico e in concomitanza di un’emergenza, occorre sempre ricordare che si sta entrando nella vita delle persone e che a volte questi sono i giorni più difficili della loro vita.

È indispensabile ricordare che si agisce sotto la pressione e l’urgenza di fare le cose, ma che occorre farle bene. Non dimenticare mai, mostrandolo, di avere un atteggiamento di piena accoglienza e di supporto. Questo fa la differenza.

A volte occorre accettare che anche solo la presenza e l’ascolto possono fare la differenza, quando non è possibile fare altro. Spesso chi presta un primo soccorso non ha tempo di vedere e valutare gli effetti positivi del proprio intervento, ma deve tenere presente che l’utilità del suo intervento non è svanita nel nulla.

Ciò che facciamo ha importanza e contribuisce allo sforzo collettivo di contenere e migliorare, per quanto possibile, la situazione su cui siamo chiamati a intervenire.

 

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