
Tra rito collettivo e bisogno psicologico profondo: cosa succede nella mente quando decidiamo di ricominciare, perché il proposito si esaurisce spesso entro febbraio, e cosa aiuta davvero a portarlo fino in fondo.
Il 31 dicembre, in tutto il mondo, milioni di persone si fermano per qualche istante a chiedersi la stessa cosa: cosa voglio cambiare, quest'anno? Qualcuno pensa alla palestra, qualcuno a mangiare meno dolci, qualcuno a dedicare più tempo a chi ama. Qualcun altro decide che sarà l'anno in cui imparerà finalmente una lingua nuova, o smetterà di rimandare quel progetto che ha in mente da tempo.
Poi, spesso, entro febbraio, quello stesso proposito è già stato accantonato. Non è un caso isolato: è una dinamica comune, e per certi versi profondamente umana. Questo articolo non è una lista di consigli per l'anno nuovo. È un tentativo di capire cosa succede, psicologicamente, quando formuliamo un buon proposito: perché ci attrae così tanto l'idea di un nuovo inizio, quali meccanismi mentali attiva, perché così spesso lo abbandoniamo — e cosa, concretamente, aumenta le probabilità di portarlo fino in fondo.
Il Natale viene raccontato quasi sempre attraverso lo stesso repertorio di immagini: luci accese, tavole apparecchiate, famiglie riunite, regali, ritorni a casa e una felicità che sembra dover arrivare puntuale insieme alle feste. Eppure non tutti, a dicembre, si sentono più felici. Per alcune persone il Natale porta con sé malinconia, irritabilità, nostalgia, senso di solitudine o semplicemente il desiderio che quei giorni passino in fretta. Capire perché accade evita di scambiare queste emozioni per un errore o un'inadeguatezza.
Le festività, infatti, funzionano come una sorta di lente di ingrandimento emotiva: rendono più visibile ciò che, nel resto dell'anno, riusciamo a lasciare sullo sfondo. Un'assenza pesa di più, una relazione difficile diventa più evidente, la distanza tra la vita che abbiamo e quella che immaginavamo diventa improvvisamente maggiore. Non esiste quindi un unico modo corretto di vivere il Natale. Per qualcuno rappresenta realmente un periodo piacevole e rassicurante; per altri può diventare emotivamente faticoso. E le due cose possono perfino convivere: possiamo amare alcune tradizioni e sentirci contemporaneamente sopraffatti da ciò che le feste portano con sé.
La noia è una delle emozioni più comuni, ma anche più fraintese. Ci troviamo spesso a chiederci perché ci annoiamo, soprattutto in un mondo pieno di stimoli e opportunità, dove la noia sembra quasi un lusso o un fallimento. Eppure, la noia è parte della nostra esperienza quotidiana, si insinua nei momenti di attesa, nelle routine ripetitive, nelle giornate che scorrono tutte uguali.
La noia ci infastidisce, ci inquieta, ci mette a disagio — ma proprio per questo merita di essere compresa. Perché la noia, se ascoltata, ci parla: racconta di bisogni inespressi, di desideri sopiti, di parti di noi che chiedono spazio. La noia non è soltanto un vuoto da riempire, ma può diventare una soglia, un invito a fermarci, a fare silenzio, a riscoprire ciò che davvero ci muove. In questo articolo esploreremo che cos’è davvero la noia, le ragioni profonde che ci portano a sperimentarla e, soprattutto, come superarla trasformandola in uno strumento di riflessione, creatività e cambiamento personale.
Siamo cresciuti con l’idea che la felicità sia un traguardo: quando raggiungeremo quell’obiettivo, quando compreremo quell’oggetto, quando avremo ciò che desideriamo, allora finalmente ci sentiremo appagati. Ma quante volte, una volta ottenuto quello che volevamo, ci siamo ritrovati con quella strana sensazione di vuoto?
In questo articolo esploro insieme a te un meccanismo invisibile che tutti viviamo: l’adattamento edonico. Una trappola che ci spinge a rincorrere sempre qualcosa di nuovo, senza darci mai il tempo di godere davvero di quello che abbiamo. Scopriremo perché accade, cosa succede nel nostro cervello, e soprattutto come spezzare questo ciclo per ritrovare un senso di pienezza autentico, nel presente. Un viaggio che parte da una domanda semplice, ma che ci riguarda tutti: perché nulla sembra mai bastare?
La sindrome dell’impostore è una condizione psicologica caratterizzata da un costante dubbio sulle proprie capacità e da una profonda difficoltà nel riconoscere i propri successi come frutto delle proprie competenze. Le persone che ne soffrono tendono ad attribuire le proprie conquiste a fattori esterni, come la fortuna, le circostanze favorevoli o il supporto degli altri, piuttosto che alla loro preparazione, talento o duro lavoro. Chi vive con la sindrome dell’impostore può apparire agli occhi degli altri come una persona sicura e capace, spesso di successo, ma dentro di sé è convinto di non essere veramente all’altezza del ruolo o delle responsabilità che ricopre. Questa discrepanza tra il modo in cui gli altri li vedono e come si percepiscono loro stessi genera una sensazione di inautenticità e un timore costante: la paura di essere “smascherati”.

Telefono dello studio:
+39 0545 234 91
Cellulare:
+39 334 773 0024
Email:
laura.baldrati@laurabaldratistudio.com